Danza

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

La danza. Follia o saggezza? È quanto si chiede Roger Garaudy nel suo Danzare la vita.
È l’una e l’altra, risponde indirettamente Martin Buber attraverso una storia chassidica, raccontata da un rabbino. «Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal-Shem soleva saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare, saltellando e danzando, come facesse il maestro. Da quel momento guarì».
Nel caso del santo Baal-Shem e del suo discepolo, la danza non è mero movimento, per quanto frutto di un’accurata e armonica coreografia. La danza è il luogo della gioia e della lode, accolte nella preghiera del santo Baal-Shem. Ma è anche indomita partecipazione a una speranza, che spinge al di là di tutti i limiti. E che non è mai banale e illusoria, neppure, per il nonno del rabbino, in una situazione di evidente paralisi fisica.
L’aveva capito bene il re Davide che, felice e grato a YHWH per la vittoria, danzava follemente nudo davanti all’Arca dell’alleanza, destando l’indignazione di Mikal (2 Sam 6,16). Alla figlia di Saul sfugge che, nella danza di Davide, confluisce l’irrefrenabile desiderio di condividere la fine della guerra e la riconquistata possibilità di vivere e di amare.
La parola e la danza sono straordinari ed efficaci strumenti di comunicazione. Mentre però la parola può offendere, umiliare, separare, la danza è fatta solo per unire. È relazione.
Soprattutto nella danza corale, dove ognuno con ritmi propri si muove, cerca altre mani, incrocia altri sguardi. Lasciandosi insieme guidare dalla musica.
Come sembra quasi di ascoltare osservando La danza di Henri Matisse, esposta all’Ermitage di San Pietroburgo. Le linee semplificate che volteggiano tenendosi per mano suggeriscono un forte senso del ritmo dal quale è difficile non farsi coinvolgere.
Più di quanto non dica La danza della vita di Edvard Munch, ambientata durante la notte di San Giovanni. Con un realismo che attinge alle alterne vicende della sua vita, il pittore norvegese ritrae l’atmosfera disorientante che può caratterizzare la danza della vita. Con volti che si cercano senza trovarsi; con mani e corpi che, pur sfiorandosi, non trasmettono emozioni. Una danza, nella quale, comunque, lo stare con altri può contribuire ad alleviare la solitudine e a non soccombere mentre si vive nel dubbio. Dando così ragione a chi fa derivare la parola danza e il verbo danzare dalla radice sanscrita *tan, associata al concetto di “gioia”. Frutto del totale coinvolgimento che richiede la danza. Sempre, e in varia misura, follia e saggezza.

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